Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni
Ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia
Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola
ma potente Cosa Nostra della valle padana che puntava in alto, ad
accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue. E
proprio lui, il capo capace di guidare i suoi gregari anche dal carcere,
o dai nascondigli nei quali si rifugiava tra una evasione e l'altra,
alla fine si è trasformato da carnefice in vittima.
Nella sua
carriera ha collezionato una serie di incredibili evasioni: la
prima nel 1987 quando fuggì dal carcere di Fossombrone. Viene
catturato nuovamente nel 1988 ma riesce a scappare l'anno successivo
dal carcere di Portogruaro, per poi essere arrestato
nuovamente a Capri nel 1993 e, dopo un'altra evasione, la terza nel
1994 a Padova, è riacciuffato a Torino nel novembre dello
stesso anno. È così che per lui arriva la condanna:
33 anni, poi ridotti a 11.
Questa volta Maniero si arrende. È stanco e
decide di pentirsi. Comincia a collaborare. Ma poi nel marzo del
2000 gli viene revocato il programma di protezione. Motivo, l'ex
boss viene sorpreso in pubblico al volante di una bella auto sportiva
e poi ha anche smesso di rendere informazioni interessanti ai magistrati.
La Procura di Venezia conclude l'indagine 'Rialto', sintetizzata
in un dettagliato fascicolo di 150 faldoni, e scaturita proprio da
molte delle dichiarazioni rese dall'ex boss in qualità di
pentito.
È l'agosto del 2004, dopo 10 anni sulla Mala
del Brenta, la banda di 'Faccia d'Angelo' che per anni ha imperversato
nel Veneto e nelle regioni di confine, il cerchio si chiude. Per
142 affiliati il sostituto procuratore Paola Mossa chiede il rinvio
a giudizio per reati che vanno dall'associazione a delinquere, al
traffico di droga, dalle rapine ai sequestri di persona, alla detenzione
di armi, al riciclaggio. Oltre 300 capi di imputazione che riassumono
20 anni di storia del crimine organizzato in Veneto e in Friuli,
e i cui primi episodi risalgono al 1976 e gli ultimi a metà degli
anni Novanta.
In gran parte ricostruiti da Felice Maniero e altri
pentiti dalla Banda. Un'ìnchiesta avviata dai pm Antonio Fojadelli
e Michele della Costa, ma rimasta a lungo ferma per motivi burocratici
anche tra molte polemiche. Il maxiprocesso, dopo il primo che si
concluse nel 1994 con 79 condanne - ma all'epoca Maniero non aveva
ancora cominciato a collaborare - prende il via l'8 novembre del
2005, giorno della prima udienza preliminare.
Per 32 dei 142 indagati chiamati alla sbarra nell'aula
bunker di Mestre il capo d'accusa è: associazione a delinquere
di stampo mafioso. Tra questi figurano anche l'ex legale di Maniero,
Enrico Valdelli che, secondo il magistrato avrebbe agito come consulente
della banda per operazioni illecite.
Quanto alle rapine, tra gli episodi al centro del processo,
quella drammatica al treno Venezia-Milano, che il 13 dicembre del
1990 costò la vita a una studentessa, morta nell'esplosione
provocata dalla banda per aprire un vagone portavalori.
La storia della Mala del Brenta inizia tra la fine
degli anni Settanta e i primi dell'Ottanta. È in questo periodo
che gli uomini di Maniero mettono a segno spettacolari colpi all'Hotel «Des
Bains» al Lido di Venezia (1982) e alla stazione ferroviaria
di Mestre (1982) e sono protagonisti del celebre assalto all'aeroporto
di Venezia (1983): i 170 chili di oro rubato presso il caveau della
dogana aeroportuale sanciscono, la definitiva consacrazione della
banda veneta nel panorama criminale.
Tra gli anni Ottanta-Novanta la mala del Brenta dà prova
sempre più di esercitare un efficace controllo del territorio,
imponendo la propria legge. Nel periodo di massima potenza, l'organizzazione,
composta inizialmente da una quarantina di elementi, arriva a contarne
quasi quattrocento, tra effettivi e fiancheggiatori a vario titolo.
Nonostante i numerosi arresti, compreso quello dello
stesso Maniero, e una feroce faida interna per la supremazia, scoppiata
durante la sua carcerazione, gli affari per la mala del Brenta non
subiscono flessioni. Dalle carceri di massima sicurezza e dai suoi
nascondigli di latitante, «Faccia d'Angelo» continua
a dirigere le operazioni e le attività dei suoi uomini.
Sul finire degli anni Ottanta, alle molte attività della
banda si aggiunge anche il contrabbando di armi con la ex Iugoslavia.
Durante il processo, che si apre il 27 novembre 1993 nell'aula bunker
di Mestre e che vede alla sbarra Maniero insieme ad altri 109 imputati,
viene ricostruito l'intero percorso criminale della mala del Brenta
e vengono circostanziate accuse pesantissime: dagli omicidi alle
rapine, dalle estorsioni e l'usura al riciclaggio, dal traffico di
eroina ai sequestri di persona, per finire con l'accusa più grave,
e per certi versi esaustiva, di associazione mafiosa.